Una tradizione secolare, che per due volte all'anno si rinnova

Una tradizione secolare, che per due volte all'anno si rinnova

Nel 1703 si hanno le prime notizie sul culto di San Nicola di Bari a Pollutri. Cerchiamo di analizzare come e quando questo culto fu conosciuto dalla nostra popolazione. Nel 1309 come risulta dal "libro dei conti ed esazioni" della Badia di San Barbato di cui ci dà notizia mons. Enrico Carusi, esisteva nella piana di San Nicola adiacente al Sinello, in contrada Ilice, una chiesa dedicata al Santo. Inoltre, da molto tempo esisteva in Pollutri la statua lignea di San Nicola, che secondo il prof. Verlengia (articolo apparso sulla "tribuna di Roma" il 28-9-1938) risale ad un periodo tra la fine del tredicesimo secolo ed i primordi del quattordicesimo secolo.

Il culto per San Nicola giunge a Pollutri per vie traverse e non del tutto chiare intorno al XII-XIII secolo. Nel 1087 era in pieno attuo la sortita dei Turchi maomettani verso ovest. Il loro obbiettivo principale era quello di razziare e le più colpite erano le chiese cristiane, ricche di oggetti sacri di indubbio valore. In quello stesso anno, le onde turche giunsero nella Licia, regione della Turchia meridionale, arrivando anche a Mira. Occupata tutta la zona, cominciarono a girare di chiesa in chiesa, prendendo tutto ciò che trovavano.

La popolazione di Mira sui monti e nella città rimasero solo quattro monaci, custodi fedelissimi del santuario in cui si conservavano le spoglie mortali di San Nicola, vescovo della città, morto in un sei dicembre tra il 345 ed il 352. Questa volta, tra lo sgomento, di tutto l'Occidente, i Turchi non distrussero la Chiesa nè fecero del male ai monaci e tanto meno alla tomba di San Nicola. Sicchè a Bari, dove la devozione per il Santo era grande ( era ritenuto protettore dei marinai, perchè con un miracolo aveva salvato una nave in una tempesta ), si decise di andare in Turchia a prelevare quelle spoglie per conservarle in un luogo più sicuro.

In una giornata di aprile 1087, un veliero da carico con sessantadue uomini a bordo salpò da Bari per Mira, dove si fermò con il pretesto di fare una sosta essendo diretto ad Antiochia per fare un carico di grano. La spedizione era guidata dai sacerdoti Lupo e Grimoldo. Nottetempo, un "commando" di 47 uomini scese a terra e si diresse verso la chiesa ove era custodito il corpo del Santo.

Dopo aver immobilizzato i monaci, un marinario di nome Matteo ruppe a colpi di martello la pietra che copriva il sarcofago, prese con una rete le ossa, le immerse in un liquido misterioso detto "manna" e le diede a Grimaldo che, dopo averle avvolte nel suo saio, le portò sulla nave. Durante il viaggio di ritorno, le ossa, deposte all'interno di una botte, continuarono miracolosamente a trasudare quel liquido.

A Bari, poi, i resti del Santo, accolti dalla popolazione in festa, furono deposti nell'attuale basilica di San Nicola. Il significato politico-religioso del trasporto delle spoglie di San Nicola dalla Turchia a Bari fu grande. Infatti, il possedere le reliquie di un santo, venerato da tutto l'Oriente, proprio nel momento in cui andava consolidandosi l'autorità della Chiesa di Roma, significava dare notevole prestigio alla città. Per la cronaca, ricordiamo che la spedizione avente come obbiettivo il prelievo del corpo di San Nicola fu ideata ed organizzata dal monaco benedettino Elia, nominato poi vescovo di Bari. Per quanto riguarda la "manna" , un liquido limpidissimo, oncor oggi si crede trattasi di una secrezione delle ossa del Santo. All'analisi chimica essa risulta acqua purissima ( il che fa decadere tutti i poteri taumaturgici conferitole ) e si suppone, quindi che vicino alla tomba di Mira, che si trovava a qualche metro sotto il livello del mare, vi fosse una sorgente di acqua naturale.

Dal 1090 Bari fu meta di numerosissimi pellegrinaggi provenienti da ogni parte d'Europa. A Pollutri, intanto, non si sa come, finì una piccola reliquia di San Nicola che é tutt'ora incastonata in pregiato reliquiario rappresentante un braccio d'argento, per venerare la quale accorrevano a Pollutri numerosi pellegrini da ogni dove. Una leggenda scaturita dalla fantasia popolare narra che alcuni baresi, invidiosi per il gran numero di devoti che accorreva a Pollutri, si appropiarono della reliquia del Santo, che furono poi costretti a riportare indietro perchè, al momento dell'attraversamento, il fiume Sinello si ingrossò a tal punto da farli desistere nell'impresa. Un'altra leggenda narra che ci fu una lotta tra pollutresi e vastesi per la "conquista" della statua lignea del santo le cui origini sono tutt'ora misteriose. Si ignora, infatti, il nome dell'artista che l'ha scolpita e non si capisce bene il perchè la statua sia stata portata nella chiesa parrocchiale di Pollutri anzichè in quella dedicata al Santo che esisteva in contrada Ilice, nei pressi del Sinello.

Gli storici abbruzzesi Diego Marciano e Luigi Anelli rispettivamente in una "Cronaca" ed in "Ricordi di storia vastese", scrivono sui festeggiamenti in onore di San Nicola che la festa era fissata per il sei dicembre. Ma, in questo giorno, si svolgeva in forma ridotta perchè spesso le avverse condizioni atmosferiche impedivano a buona parte dei pellegrini di recarsi nel centro. Per questo motivo venne posticipata alla prima domenica di maggio. I festeggiamenti di maggio e dicembre venivano organizzati da una apposita commissione di "deputati", che, tra i propri compiti, aveva anche quello di dare ospitalità ai pellegrini, che numerosi raggiungevano Pollutri e che non sempre sapevano ricambiare l'ospitalità loro offerta.

Diego Marciano ricordando la festa in onore di San Nicola del cinque maggio 1703, così scrive: < ... é solita andare la gente del Vasto a San Nicolò a Pollutri, e così per la troppa birba che facevano alla tavola, lo signoe arciprete non volse dar riposo a nessuno per dormire, essendo che tutti gli tiravano le fave, e così la gente sfasciarono le porte della chiesa >.

Durante i festeggiamenti di dicembre si distribuiscono fave, pane e vino ai fedeli. Le fave vengono cotte all'aperto la sera del cinque, vigilia della festa, in nove grandi calderoni: una bella disputata sorge tra gli "attizzatori " per far bollire per prima la propria caldaia. Non si conoscono le radicidi questa tradizione, ma l'ipotesi più probabile narra che San Nicola, durante uno dei suoi molti viaggi in Occidente, passando per la nostra terra durante un periodo di carestia, abbia donato fave alla popolazione per sfamarla.

Da qui la consuetudine esistente non solo a Pollutri ma in tutto l'Abruzzo di raccomandare il raccolto delle fave a San Nicola. Secondo altri, però, sarebbe stato un provvidenziale raccolto di fave a salvare la popolazione dalla carestia. Lo storico Marciano ci narra che una settimana prima della festa di dicembre, un lungo corteo di cavalli portava almulino altrettanti sacchi di grano.

Con la farina ricavata, oltre al tradizionale pane, venivano confezionate le "pupatte" che portavano impresse il l'immagine del Santo, riprodotta con delle tavolette incise dagli stessi mugnai secondo una primitiva xilografia. A maggio, invece, venivano distribuiti i cosidetti taralli, pagnotte di pane di forma circolare. L'acquisto della statua argentea di San Nicola, avvenuto grazie alla generosità dei fedeli pollutresi, risale al XVIII secolo.

Il prof. Verlengia, critico d'arte già menzionato, così la descrive: < Il Santo, di grandezza pressochè naturale, é rappresentato per metà figura di fronte, in atto di benedire con la destra e di sostenere con la sinistra il pastorale. La posa é viva, movimentata, scattante, nel gesto della benedizione fraterna: la plastica é sciolta, la struttura é solida e calcolata. Nell'insieme come opera d'arte é riferito al secolo diciottesimo, benchè le forme presentino reminescenze del secolo precedente >.

La statua, sempre secondo il Verlegia, sarebbe opera di un ignoto artista veneziano. Essa presenta nei lineamenti del volto, delle analogie con le opere del Veronese, del Padovanino, del Moretto da Brescia, ma nella composizione del busto e del piedistallo é molto simile alla statua di San Matteo Evangelista di Montenero di Bisaccia, di fattura indubbiamente napoletana. La statua é marcata NAP - 785 - EDGC.

 

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